Ci sono espressioni che si consumano per abuso. Pensiero unico è una di queste. La si sente ovunque, spesso usata male, quasi sempre come formula polemica buona per chiudere una discussione anziché aprirla. Eppure, il fenomeno che quella formula prova a descrivere esiste eccome. Anzi, è uno dei tratti più evidenti del nostro tempo.
Il pensiero unico non è una cospirazione. Non è una stanza segreta in cui qualcuno decide cosa si può pensare e cosa no. È qualcosa di molto più semplice e per questo molto più pericoloso: è il momento in cui un’opinione prevalente smette di presentarsi come opinione e comincia a imporsi come evidenza. Da quel momento non hai più davanti una tesi forte, ma un clima. E contro un clima è molto più difficile discutere.
Perché con una tesi ci si confronta. Un clima, invece, ti avvolge. Ti segnala cosa si può dire e cosa è meglio evitare. Ti fa capire quali domande sono considerate legittime e quali no. Ti lascia formalmente libero di parlare, ma intanto alza il prezzo del dissenso. Così non serve vietare nulla: basta rendere sconveniente pensarla diversamente.
È questo il punto più insidioso. Il pensiero unico non mette sempre a tacere. Più spesso induce al silenzio. Non censura apertamente: scoraggia. Non confuta: etichetta. Non entra nel merito: colloca chi parla dentro una categoria comoda, possibilmente squalificante, e con questo ritiene di aver risolto il problema.
Il danno, però, non riguarda soltanto il dibattito pubblico in generale. Riguarda anche il diritto. E qui il problema diventa ancora più serio. Perché il diritto, se lo si prende sul serio, non vive di automatismi. Vive di interpretazione, di argomentazione, di tensione tra stabilità e cambiamento. Vive della capacità di tenere insieme il testo, i principi, il sistema, la realtà. Se in questo spazio entra il conformismo, il diritto non si rafforza. Si irrigidisce.
Il pensiero unico giuridico non si presenta quasi mai in forme brutali. Non dice: “Da oggi si può pensare solo così”. Si presenta in modo più elegante. Assume il volto rassicurante della prudenza, della continuità, della fedeltà agli orientamenti consolidati. Tutte cose, in sé, perfettamente ragionevoli. Il problema nasce quando diventano un riflesso condizionato. Quando la continuità si trasforma in inerzia. Quando la prudenza diventa paura di ragionare fino in fondo. Quando il precedente smette di essere un riferimento e diventa un rifugio.
A quel punto il diritto comincia a ripetersi. Non perché abbia davvero trovato la soluzione migliore, ma perché ha smesso di cercarla. Le formule circolano, si consolidano, si trasmettono. Alcune categorie restano in piedi per abitudine più che per necessità. Alcune costruzioni teoriche vengono trattate come intoccabili semplicemente perché sono lì da molto tempo. E così il ragionamento si accorcia. Si cita prima di capire. Si richiama prima di verificare. Si conserva prima ancora di domandarsi se ciò che si conserva sia ancora convincente.
È un processo lento, quasi impercettibile. Ma i suoi effetti si vedono. Quando il diritto entra in questa logica, perde elasticità. Diventa meno capace di misurarsi con i problemi nuovi. Meno disposto a correggere le proprie rigidità. Meno incline a distinguere. E un diritto che non distingue più abbastanza è un diritto che comincia a impoverirsi.
Basta guardare alla storia degli istituti giuridici per capirlo. Molte idee che oggi sembrano naturali, lineari, persino inevitabili, all’inizio apparivano eccentriche, minoritarie, talvolta perfino fastidiose. Molti avanzamenti sono nati da letture controcorrente, da obiezioni ostinate, da dubbi che disturbavano un assetto apparentemente pacifico. Se ogni volta avesse prevalso il rispetto quasi sacrale per ciò che era già consolidato, il diritto non si sarebbe evoluto. Avrebbe semplicemente continuato a ripetere se stesso.
E qui sta il paradosso. Il pensiero unico ama presentarsi come difesa della razionalità e dell’ordine. In realtà, spesso produce l’effetto opposto. Perché un sistema che scoraggia il dissenso argomentato non diventa più razionale: diventa più pigro. Non diventa più forte: diventa più chiuso. Non diventa più autorevole: diventa solo meno disposto a mettersi alla prova.
Naturalmente non si tratta di celebrare il gusto della provocazione fine a se stessa. Non tutto ciò che è minoritario è vero. Non tutto ciò che rompe con il consueto è migliore. Anche nel diritto esistono soluzioni deboli, critiche infondate, originalità inutili. Ma il punto non è questo. Il punto è che una tesi dovrebbe essere accolta o respinta per la qualità delle sue ragioni, non per il suo grado di conformità al clima dominante.
Quando invece prevale il conformismo, accade l’opposto. Le idee non vengono più giudicate soprattutto per la loro tenuta normativa e sistemica, ma per il loro livello di accettabilità ambientale. E allora il diritto smette lentamente di essere un esercizio severo della ragione e rischia di diventare una tecnica di manutenzione dell’esistente.
È qui che il pensiero unico mostra il suo volto più impoverente. Non solo riduce il pluralismo delle opinioni. Riduce proprio il coraggio del ragionamento. Fa sembrare imprudente la domanda scomoda, eccessiva la distinzione non prevista, fastidioso il dubbio che rompe la superficie liscia del già detto. Ma senza quella fatica il diritto perde qualcosa di essenziale. Perde la sua capacità di respirare dentro il tempo senza dissolversi in esso.
In fondo il problema è molto semplice. Ogni sistema ha bisogno di continuità. Ma quando la continuità diventa venerazione dell’esistente, il sistema si chiude. E quando si chiude, magari continua a funzionare, ma smette poco per volta di convincere davvero. Resta in piedi, ma si fa più rigido, più ripetitivo, meno intelligente.
Per questo il pensiero unico non andrebbe temuto solo in politica o nei media. Andrebbe temuto anche nel diritto. Perché il diritto ha bisogno di misura, certo, ma anche di aria. Ha bisogno di rigore, ma non di obbedienza mentale. Ha bisogno di stabilità, ma non al prezzo della rinuncia a pensare.
Quando tutti cominciano a pensare allo stesso modo, o almeno a parlare come se pensassero allo stesso modo, non è mai un buon segno. Nel dibattito pubblico è l’inizio dell’impoverimento. Nel diritto è qualcosa di più: è il momento in cui l’ordinamento rischia di perdere la sua capacità più importante, che non è quella di ripetere formule già note, ma di dare risposte ragionate a problemi reali.
E un diritto che non ragiona più, prima o poi, smette anche di evolversi.




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